sabato 22 febbraio 2014

Proposta

Propongo un nuovo giochino da fare da soli, in coppia, in famiglia...

Fermarsi un paio di minuti, tutti i giorni in un momento della giornata che preferite, per completare la frase:
"Oggi mi sento fortunato perché... "


Io oggi mi sento fortunata perché ho un'indicibile voglia di vivere.


[E poi mancano ancora pochi giorni.]

domenica 16 febbraio 2014

Effetto Sliding Doors



Manchi. Già.

Assurdo, vero?

Inspiegabile.

Come l'averti incontrato.

Non importa il dove andremo, se andremo.

Importa l'esserci. Ora.




venerdì 14 febbraio 2014

Cit.

Ti verrò a prendere con le mie mani e sarò quello che non ti aspettavi. 
Sarò quel vento che ti porti dentro e quel destino che nessuno ha mai scelto.

lunedì 3 febbraio 2014

Incontri, soddisfazioni, cuore...



L'ho capito subito, appena sono uscita di casa.
L'ho capito alle
sei di stamattina che sarebbe stata una giornata stra-ordinaria, una
giornata di quelle che certamente ricorderò per molto tempo.
L'ho capito quando ho visto la luce della neve attraverso il finestrino del treno.

L'ho capito quando una sucessione di note suonate al pianoforte ha
risvegliato in me un amore sconfinato, immenso, viscerale, antico,
espanso per la Vita.
Gratitudine per questa Vita che è incertezza, sospensione, attesa, fatica, gioia.

Il 3 febbraio 2014.


sabato 1 febbraio 2014

1 febbraio, nuovo inizio

... Che la scrittura prenda dunque il posto degli occhi altrui.
Atanasio di Alessandria

Così sarà. Da ora in avanti dedicherò molto più spazio e tempo allo scrivere. Chè fa bene a me, al mio intelletto, al mio cuore.
Questo più di ogni altra cosa. A prescindere dalla meditazione indotta dalla recitazione del Daimoku.

Euthymia - ora più che mai.

lunedì 13 gennaio 2014

Di getto, come un tuffo al cuore

Che sorpresa sentirti! Che bello saperti di nuovo qui, a pochi passi!
Quante cose vorrei raccontarti!

Intanto ho messo a dimora i bulbi di tulipano... E non sai il piacere del toccare la terra, il profumo di questa... è stato come ritornare alle origini... mi sono sentita pianta, vegetale. I miei piedi sono diventati radici e la terra il richiamo della mia esistenza, il nutrimento per la mia vita.


Poi ho letto Schopenauer. Straordinario, dovresti passarci qualche ora insieme a quelle parole...
E sto studiando per l'esame di lunedì prossimo. Voglio raccontare delle affinità che ho incontrato con la pratica buddista quotidiana. Facciamo quello che gli antichi si raccomandavano di fare per vivere una buona vita, una vita saggia, felice. Voglio fare una bella esperienza con questa prima prova.

Non ho mai smesso di fare Daimoku con intensità, desiderio e gioia nel cuore.
Nonostante la tristezza, la delusione e l'amarezza che, in un piccolo angolino di me, sono affiorate.
Nessun dramma, solo tanta, tanta palestra per diventare ancora più forte.
E poi ho sentito tanto amore e calore da molte persone, sai?

Mi piace aprire il cuore. Mi piace dare il mio cuore. Mi piace ricevere nel cuore.
E credo che tu abbia un pò di merito in questo.

Sono felice tu sia tornato.

prima di andare a letto, due parole

L'unica cosa davvero importante per un essere umano è il suo cuore.
Se ha cuore avrà gentilezza, se avrà gentilezza avrà aiuto e persone accanto nel momento del bisogno come in quello della condivisione di una gioia.
Per me questo è importante, fondamentale, al principio: esprimere il mio cuore, la mia umanità, nella sua fragilità, nella sua forza, nel suo splendore.
E chi non riesce a sentire si perde quel che di più straordinario la Vita dà: l'Amore.

martedì 24 dicembre 2013

un pò di bellezza...

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-798e39d3-0dec-4fea-bd92-f2da51c194b6.html

martedì 17 dicembre 2013

16 dicembre 2013, ore 7.40




C’è, nel mio cuore, bisogno di poesia.
E desiderio di lentezza dove riuscire a cogliere le sfumature, i dettagli, la bellezza, le pause. 
Le paure.
Ho bisogno di colore, calore e gioia negli occhi.
La tristezza diventerà il mio trampolino di lancio verso una felicità ancora più pro-fonda.

lunedì 25 novembre 2013

Plotino, Enneadi - note e commentario in P. Hadot, Traité 38

[...] allora certamente non scambierebbe Lui con nessuna di tutte le altre cose, anche se le venisse offerto il cielo intero, poiché sa che nulla vi è di più prezioso e migliore di Lui, così, in quel momento le p dato di giudicare e di sapere perfettamente che "Lui" essa desiderava, e può affermare che non vi è nulla di preferibile a Lui (nessuna menzogna è infatti possibile: dove trovare un più autentico vero? Ciò che essa dice, dunque: "E' Lui", lo pronuncerà anche più tardi, ora lo esprime col silenzio e, colma di gioia, non si sbaglia, proprio in quanto colma di gioia, non dicendolo essa a causa di un paicere che le solletichi il corpo, ma essendo invece diventata ciò che era quando un tempo era felice) ... Se accadesse che venissero distrutte tutte le cose intorno ad essa, sarebbe esattamente ciò che vuole, purché soltanto fosse insieme a Lui: così grande è la gioia cui essa è pervenuta.

sabato 9 novembre 2013

26-27-28 ottobre 2013 - dieci giorni dopo, scrivo



Pare che l’esperienza estetica sia quell’esperienza che l’essere umano fa quando incontra con i sensi e con il corpo tutto qualcosa in cui si ri-conosce, qualcosa che egli riesce a condurre nuovamente ad uno spaccato del suo passato, un pezzo di vissuto buono che affiora nuovamente.
I tre giorni che ho trascorso in Toscana la settimana scorsa sono stati questo: una eccezionale esperienza estetica tra emozioni, sentimenti, sensazioni e percezioni del bello.
Una passeggiata solitaria per il centro di Firenze in una giornata primaverile di fine ottobre, sotto ad un cielo così blu da togliere il fiato, cullata dall’andamento costante dell’Arno, guidata dai colori e dalle forme delle strade, dei palazzi. Ho vagato, da sola, con il cuore piantato nel presente, colmo di gratitudine.
La stessa passeggiata l’ho ripetuta la sera, in compagnia di Simone e Mirko: stessi luoghi, stesso modo di passeggiare senza meta ma con uno stato d’animo completamente diverso: in quelle due ore ho riso a crepapelle, ho sorriso, ascoltato, parlato, raccontato, guardato. La luce non era più quella dell’imbrunire ma quella artificiale dei lampioni sul Lungarno, dei fari puntati sulle facciate degli innumerevoli palazzi meravigliosi sparsi qua e là. La luce era anche quella che traspariva da dietro le tende appese alle finestre, a celare lo scorrere delle vite.
Era talmente tanta l’eccitazione di portare la mia vita sotto quel pezzo di cielo, a respirare quell’aria, quell’odore così diverso da casa ma così tanto familiare, che avrei girato e girato e girato ancora, ancora, ancora. Per rimandare il più possibile la fine di quel momento di bellezza allo stato puro.
Il giorno dopo è stato il tempo per la mia nonnina.
Ho preso il treno da Firenze a T. Non accadeva da tantissimi anni. È stato un viaggio emozionante, denso di ricordi, aspettative, paure, gioie, impazienza.
È venuta a prendermi la zia Margherita in stazione, siamo andate a M. 
La prima cosa che ho fatto è stata comprare un bellissimo ciclamino bianco, poi sono andata al cimitero, a piedi, con la pianta in braccio (l’ho tenuta vicino al cuore, appoggiata al fianco sinistro, come faccio con i bambini – quasi a voler trasmettere l’energia più buona che ho dentro). Ho camminato lentamente, mi sono appoggiata al silenzio, ho tagliato l’aria dolce da cui mi sono sentita abbracciare, ho assaporato ogni istante, ogni passo, ogni respiro. Quando sono arrivata davanti al cimitero, avvolta dall’ombra dei cipressi, mi sono sentita emozionata, come se avessi avuto la possibilità di reincontrarla, riabbracciarla, baciarla di nuovo, ancora. La mia nonna. Non mi sono detta che non era possibile, mi sono lasciata trasportare da tutte le sensazioni che mi attraversavano in ogni direzione: cuore – testa, testa – gambe, gambe – cuore, mani – cuore, cuore – occhi, occhi – mani. E mi è sembrato di ascoltare la sua voce, di sentire la sua mano sulla pelle del mio viso a darmi una carezza; la sentivo dietro di me, un alito di amore dietro alla mia schiena. E lacrime calde che scendevano ininterrottamente dai miei occhi. Le ho lasciate correre, per sentirmi più viva, più io. Per liberarmi anche. Forse.
Senza pudore. Mi ripetevo: se piangi dentro e non fuori contemporaneamente annegherai la tua forza (M. White, La narrazione come terapia, pg. 123). Sentivo felicità.
Piangevo ma avvertivo una felicità sconfinata. Piangevo e avvertivo una felicità sconfinata.
Sentivo che era felice di avermi lì, vicino a lei. Quel pezzo di famiglia che tanto le somiglia, forse, che più le somiglia. Questo sono io. Questo è il legame carnale, viscerale, karmico con lei. Una similitudine nei tratti, nel carattere, nello sguardo. Ho fatto fatica ad accettarne gli errori commessi con mia madre quando lei era bambina (e poi più adulta), ma curarla nei suoi ultimi mesi di vita mi ha insegnato ad amare e apprezzare tutto di un essere umano – che è imperfezione e meraviglia.
Sono stata nella cappella un’ora circa. Non riuscivo ad andare via. Volevo restare. Mi sentivo trattenuta lì, per il petto. Come facevo per muovermi verso l’uscita mi mancava il respiro. Allora tornavo ai piedi del ciclamino e mi lasciavo toccare dal ricordo, dalle lacrime, dalla gratitudine, dalla gioia di vivere e dal coraggio di morire che ha avuto. Il suo insegnamento più grande, l’ultimo.
Sono andata via solo quando avevo sentito di averla accarezzata e baciata e abbracciata sufficientemente – fino alla prossima volta. Rendendomi conto che nel cuore e nel corpo saremo sempre l’una nell’altra.
Tornerò. 
Mi è servito andare, stare, ritornare per confermare la presenza di un riferimento, un rifugio. Quella terra che ha dato i natali ad un pezzo del mio DNA è il nido al quale posso recarmi quando sento il desiderio o il bisogno di confortarmi. Ho camminato, ne sentivo un gran bisogno. 
In quella terra sento la vita di una parte delle mie radici.
Poi ho fatto sosta “al mercato”, la piazza – ritrovo dove ho trascorso pomeriggi e sere della mia adolescenza, dove sono nate alcune delle più belle amicizie che ancora mi legano a persone splendide. Tantissime foglie gialle ricoprivano il terreno e la ghiaia: un tappeto colorato che mi parlava di malinconia, di passato, di ricordi, di un pezzo di vita che è trascorsa e continua ad esserci nei mattoncini che ha sedimentato nella mia identità, nella mia personalità, nel mio modo di esprimermi e manifestarmi ora.
La sera di nuovo il viaggio in treno verso Firenze, il rientro a casa accolta dalla gioia dei bambini: il loro entusiasmo, la loro genuinità ha alleviato la mia stanchezza. Loro non lo sanno – forse – del regalo straordinario che mi hanno fatto; uno scambio di sorrisi, fiducia, amore, parole e conforto, denso, fitto, fluido. Dolce.
Quando sono salita sul treno che mi avrebbe riportata a casa, a Genova, ho sentito di aver fatto un prezioso dono alla mia vita. Lasciare casa da sola, orientarmi, lasciarmi andare e trasportare senza cercare l’appoggio, il consenso, l’approvazione di nessuno mi ha fatto sentire autonoma, perfettamente in grado. La prossima volta mi piacerebbe condividere il pacchetto delle mie emozioni con lui. Sarebbe il passo in avanti, oltre lo schema che di solito uso nel vivere e gestire le mie emozioni: costruisco intorno a me una cinta muraria e mi rannicchio lì dietro, mi gongolo nella tristezza, nella rabbia, nel senso di vuoto e abbandono. Poi rinasco. Sempre, rigorosamente, da sola. Ma voglio farcelo entrare in quello spazio mio, intimo, voglio aprirgli un varco in quella cinta e mostrargli anche quelle stanze senza luce; che mi appartengono tanto quanto quelle piene di vita e sole.

martedì 22 ottobre 2013

M. White - La narrazione come terapia

Non ci sono scelte più facili [...] L'unica scelta è tra un grande sforzo a breve termine e una fatica cronica a lungo termine.

Ieri, 21 ottobre

Ho riempito la vasca con l'acqua calda, caldissima. Ho lasciato accesa soltanto una piccola lampadina, quel tanto che bastasse a fare luce nell'ambiente, giusto per godere dello spettacolo delle ombre, della pelle bagnata piena di lucore.
Quando mi sono immersa la sensazione è stata quella di ritornare allo stadio primordiale dell'estasi e della felicità, della tranquillità e della protezione: lo stadio embrionale. Quell'umidità calda, il tepore intorno, dentro, il silenzio, la penombra. L'utero materno, il guscio vitale, la conchiglia nel mare della vita.
Far scorrere via l'acqua è stato come rinascere, fuoriuscire di nuovo, esporsi all'aria fredda, la gravità, il respiro vuoto.
Meraviglioso sentire il corpo, le insenature di carne, le curve, le linee regolari: un confine fisico tra il dentro e il fuori. Due dimensioni della stessa vita. Due momenti in uno.
Respiro, sento, ascolto, osservo, gioco.
Riprendo possesso del mio tempo, del mio spazio, della mia sete di gioia.

domenica 20 ottobre 2013

G. Conte (1945)

L'amore vero, tu lo sai, è volere
la gioia di chi non ci appartiene
è questo uscire, traboccare

da se stessi, come il sangue dalle vene
per un taglio, è l'irrinunciabile.
amore energia mutabile
eterno bene


sabato 19 ottobre 2013

Da quanto

tempo non sentivo il desiderio di mettere in ordine lettere, segni grafici, parole, sospensioni.
Troppo. Certamente troppo tempo.
E come sempre è gioia poterlo fare.
Il calore di una candela, il profumo della notte e la danza delle note...
Prima suona Ancora, poi Ritornare... Monday... Divenire e subito dopo Nuvole Bianche...
Amore è il cuore del Budda.
Amore è questo sentire, un'esplosione di stelle.